Un atto di coraggio

Sono una signora di 47 anni, da circa 4 anni combatto per gestire ambulatorialmente una condizione cronica di dca. In quest’ultimo anno ero inabile a vivermi in una realtà che amo e che ricevevo ogni giorno come un dono prezioso: una famiglia con un marito di cui sono innamorata e un figlio adesso adolescente; una casa desiderata e costruita insieme, amici vicini e sinceri e una vita sociale viva e fertile. Così ho chiesto l’opportunità di un ricovero in comunità. Questa scelta decisa insieme alla mia famiglia l’ho vissuta con la preoccupazione di lasciare soli i miei cari, ma con la viva speranza di curarmi. Ho chiara di fronte a me, la possibilità di una vita migliore!

Desidero e spero di recuperare la salute necessaria per vivere la mia persona con più libertà e con le risorse fisiche e psichiche per essere mogile, madre, figlia e amica. Questo è il dono che confido di ottenere. E oso anche sognare di poter vivere molto esperienze che agogno da sempre: poter gustare luoghi nuovi, immersioni tra i pesci in mare, scalate in montagna, visite a musei e città, o semplicemente fare un giro in bicicletta con mio figlio, o una gita con gli amici. Mi piacerebbe accudire i miei amati genitori… Dopo molti anni di malattia con recidive ricadute, continuo a lottare, perché amo troppo questa vita e non mi sento sfortunata o vinta, mai! Questa mia storia esistenziale mi ha temprata nella caparbietà e mi ha reso umile e più “obbediente” agli aiuti che con competenza e umanità ricevo dagli specialisti. Le persone che porto nel cuore mi sostengono affettivamente e su questo sono privilegiata e a dir loro “ io aiuto loro a non mollare mai il sogno di una vita più bella.”

S.


Nell’ultimo periodo ogni volta che si presentava la solita crisi dopo un pasto, o mentre camminavo nonostante l’infinita stanchezza, pensavo di voler andare in un Luogo dove qualcuno avrebbe avuto il coraggio di prendersi cura di me, di tendermi la mano e mostrarmi che poteva esistere un’altra prospettiva di Vita. Pensavo a quella “casa” a Portogruaro dove, se mai avessi avuto l’opportunità di andarci, avrei potuto ritrovare Speranza.

Ma il giorno in cui mi hanno comunicato che ero la prima della lista e che a breve sarei stata ricoverata, ho solo provato rabbia e, determinata, mi sono opposta all’Aiuto, ai discorsi dei miei genitori, agli abbracci di supporto di mia sorella. Tutto perché avevo paura, perché non mi sentivo abbastanza malata.

Il momento in cui ho poggiato le valigie nella comunità è arrivato, e dopo qualche settimana mi sento già di poter ringraziare me stessa e le persone più care per aver scelto questa via: sono convinta che attraversare questa sofferenza ne possa valere la pena.

Per la prima volta inizio a realizzare che quella di prima non era vita, che in quel modo non potevo più farcela.

Sto cominciando a lasciar fluire la rabbia, la delusione, la tristezza sciolta in pianto, il dolore di tutti questi anni.

Questo 2018 l’ho iniziato lanciando un palloncino con un pensiero verso il cielo, pronto a toccare le stelle della speranza e l’aria della libertà.

Credo in questo percorso. Voglio fidarmi dei professionisti e di me stessa.

Forse questa opportunità di riscatto non si presenta a caso, forse proprio ora sono pronta per ricominciare.

A.


Credo sia fondamentale per ciascuno di noi riuscire a rievocare il proprio passato nella sua totalità, anche se difficile: è il nostro passato che ci ha resi ciò che siamo e portati fino a qua.

Il mio è il passato di una quattordicenne che mai si era piaciuta, che nascondeva il volto dietro ai lunghi capelli e il corpo con vestiti ampi e il più morbidi possibili; il passato di una quindicenne che si guardava intorno e non riusciva a scorgere nessun volto amico e nessun sorriso a lei sola dedicato, nemmeno nei suoi genitori; il passato di una sedicenne che finalmente ha riconosciuto di non star bene per nulla, e che arrancava tra attacchi di panico, crisi di pianto e un unico pensiero: “se mi dimostro debole per me è la fine”; il passato di una diciottenne che credeva dopo un anno di psicoterapia di essere finalmente riuscita a riemergere dalla propria bolla di pece, e il passato di una diciottenne che due mesi dopo si è ammalata di anoressia.

Il 2017, l’anno in cui mi sono tinta i capelli di blu, è stato l’anno in cui sono morta.

Ho iniziato a scendere di peso, complimentandomi per la bravura e per l’autocontrollo, complimentandomi per la capacità di gestire tutto. Ma ben presto tutta la bellezza e la gioia hanno iniziato a tramontare, e i miei occhi hanno perso la luce, diventando solo l’ombra della vitalità che prima testimoniavano. La mia mente era completamente invasa dalle brutture di questa disgustosa malattia e dal tanto odiato cibo, e io non riuscivo a fare altro che guardare il soffitto, contando le ore che mi separavano dall’andare a dormire. Tuttavia dopo poco la cosa si è estremizzata a tal punto che il semplice dormire non mi dava più sollievo: e ho iniziato a desiderare la morte.

E per questo  mio desiderio sono finita in psichiatria.

Tutto questo racconto non mi serve per vantarmi del dolore che ho passato o per ergermi come martire, anzi, paradossalmente è un racconto che mi serve per celebrare la vita e la gioia di esistere.

Perché io riesco ancora a vedermi in quello stanzino angusto di psichiatria, circondata da quattro mura, con le sbarre alla finestra e una tempesta che imperversava fuori, con le lacrime amare che sussurravano un dolore che credevo non potesse lasciarmi scampo.

Ora invece mi vedo qui, accudita, aiutata, con dentro di me la voglia di vivere e di urlare al mondo con i brividi e le lacrime addosso che io voglio esistere, e che ho il diritto di occupare questo spazio nell’universo, spazio che prima cercavo solo di ridurre fino all’annullarmi.

E’ stata dura fin dall’inizio: riconoscere di essere malata, comprendere il tiro alla fune tra la mia voglia di guarire e la mia voglia di dimagrire, diventare consapevole di quali fossero i miei pensieri e quali quelli della malattia, incominciare pian piano a rialimentarmi, ottenere, come dicevo io, la “teoria”, ovvero anche soltanto un’idea di come poter intraprendere una via di guarigione, per poi mettere in atto la “pratica” e iniziare a compiere dei veri passi.

Uno di questi passi, se non il principale, è stato scegliere di mia volontà di intraprendere un percorso in una comunità. Per me che mai ho voluto chiedere favori o di essere aiutata, che ho sempre voluto arrangiarmi, questo è stato il primo atto della mia vita che ho compiuto solo per me stessa e per il mio bene.

Per vivere noi dobbiamo fare una rivoluzione, e spodestare questa malattia bestiale dal trono da cui governa tutti i nostri pensieri e i nostri sentimenti. Abbiamo il diritto e l’onore di essere liberi e di pensarla come vogliamo noi, e nessuno deve essere padrone della nostra mente e condizionarla con i suoi personali pensieri. Io alla fine l’ho capito e mi sono arrabbiata, perché ho sempre creduto di essere io a scegliere, mentre in realtà qualcuno sceglieva per me.                                                                                                                     Il dispetto più grande che noi possiamo farle è desiderare la vita e mangiare.

Per vivere noi abbiamo bisogno di un meraviglioso carburante che è il cibo. Il cibo che tanto ci faceva paura e che tanto odiavamo non è altro che la magia che permette al nostro cuore di battere, alle nostre braccia di abbracciare, alla nostra voce di ridere, ai nostri occhi di piangere, a volte, ma anche di aprirsi di vitalità. E’ il cibo a darci la vita! Come può essere un nemico qualcosa che ci permette di fare tutte queste belle cose? Non può esserci gioia e bellezza in un corpo che soffre, in un corpo che urla solo dolore. E noi non ce lo meritiamo. E non è vero che siamo indegni, che non possiamo essere felici, che per noi non esiste un posto, che non valiamo nulla. Noi tutti siamo dei miracoli. Nell’intera foresta della popolazione mondiale non esiste una foglia identica a noi, siamo tutti unici e irripetibili. Il 2017 è stato l’anno in cui sono morta. Il 2018 sarà l’anno della mia seconda possibilità, della mia chance di tornare in vita. Concediamoci tutti una nuova possibilità, apriamoci al mondo e godiamo delle sue bellezze. E, ne sono sicura, arriverà il momento in cui ciascuno di noi abbraccerà se stesso e si chiederà scusa per tutto il male che si è fatto. E da lì, risorgerà a nuova vita, più combattivo che mai, e con la consapevolezza che superata questa può superare tutto.

G.


 

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